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Ci si proietta già al 2017-18. Il Pescara, mestamente ultimo in graduatoria, pensa già al futuro non solo per quanto concerne il mercato (vedi in archivio PS24 le news inerenti, non solo su Mancuso). Probabilmente il 2017-18 sarà nella serie cadetta per il Pescara e in B il rischio concreto è un inizio posticipato del torneo. Perchè? Ce lo spiega Calcio e Finanza in un dettagliatissimo articolo che vi riproponiamo integralmente.

Riforma mutualità nel calcio – Il restyling della Mutualità in Italia mette a rischio mezza Serie B. Le novità introdotte con il Decreto Fiscale collegato alla Legge di Stabilità hanno infatti portato ad un drastico taglio delle risorse provenienti dalla Serie A e utilizzabili dai club della serie cadetta per il finanziamento della gestione corrente. Con l’effetto nefasto che molte società di Serie B potrebbero trovarsi nelle condizioni di non avere i mezzi finanziari necessari per partecipare al prossimo campionato.

Il problema, noto da tempo nei palazzi della politica e ai vertici del calcio italiano, non è ancora deflagrato in tutta la sua portata, anche perché ci sarebbe ancora spazio per mettere mano alla normativa in tempo per la partenza della stagione 2017/2018. Ma per farlo è necessario un intervento legislativo, senza il quale a partire dal prossimo luglio molte società di serie B potrebbero trovarsi nell’impossibilità di iscriversi al campionato o in alternativa nella condizioni di portare i libri in tribunale.

Riforma mutualità nel calcio: come funzionava prima

Partiamo dal principio, ovverosia: che cos’è la Mutualità e come veniva distribuita?

Praticamente da sempre la massima serie sostiene finanziariamente la Serie B, secondo un modello diffuso in Europa e funzionale al sistema piramidale fondato sull’interscambio continuo attraverso promozioni e retrocessioni. Nel 2008, sulla scia di Calciopoli, intervenne lo Stato col Decreto Melandri, in base quale, “per garantire l’equilibrio competitivo”, oltre alla vendita centralizzata dei diritti TV fu stabilita una contribuzione a carico dell’organizzatore del campionato di Serie A a scopo mutualistico.

Un contribuzione da destinarsi:

  • Per una parte allo sviluppo dei settori giovanili, al sostegno degli investimenti per la sicurezza degli impianti sportivi e al finanziamento di almeno due progetti all’anno finalizzati a sostenere discipline sportive diverse da quelle calcistiche (definita Mutualità generale e distribuita dalla Fondazione per la Mutualità generale negli sport professionistici a squadre);
  • Per una parte, alle società di calcio appartenenti alla Serie B e alla Lega Pro (definita Mutualità per le categorie professionistiche inferiori o Mutualità CPI).

La cifra complessiva che veniva destinata alla Mutualità era pari al 10% dei ricavi da diritti televisivi della Serie A, di cui il 4% riferito alla Mutualità generale e il restante 6% alla Mutualità CPI. Quest’ultima, in continuità con la prassi storica, costituiva una contribuzione ai costi gestionali, in mancanza della quale, stante il fisiologico squilibrio tra costi e ricavi tipici delle serie inferiori, le società di B e Lega Pro non avrebbero potuto esistere come categorie professionistiche competitive. È chiaro, infatti, che in un ordinamento calcistico dove c’è interscambio tra categorie, il divario tecnico tra le stesse non può essere eccessivo.

Ciò è tanto vero, che la mutualità storica tra Serie A e Serie B, peraltro consacrata anche dopo l’entrata in vigore della Legge Melandri da uno specifico accordo, corrispondeva al 7.5% delle risorse generate dallo sfruttamento dei diritti audiovisivi del massimo campionato nazionale.

Riforma mutualità nel calcio: cosa dicono le nuove regole

Quest’evidenza, però, è sfuggita al Governo quando, lo scorso novembre, con l’approvazione di un emendamento al Decreto Fiscale presentato dal deputato del Partito democratico Edoardo Fanucci, è stata modificata la Legge Melandri e, nella sostanza, è stata abolita la Mutualità CPI.

Abolita la Mutualità CPI è rimasta in vigore solo la Mutualità Generale, cui ora andrà tutto il 10% dei diritti tv della Serie A.

Ora questa mutualità non sarà più distribuita dalla Fondazione per la Mutualità ma direttamente dalla FIGC, secondo finalità simili, se non identiche, a quelle proprie della Fondazione: spese per infrastrutture e lo sviluppo dei settori giovanili.

Non solo. Il Decreto Fiscale ha rivisto le quote di mutualità spettanti agli aventi diritto: 6% alla Serie B, 2% alla Lega Pro, 1% alla Lega Nazionale Dilettanti e il restante 1% alla stessa Federcalcio.

In altre parole la Serie B non solo si è vista diminuire la mutualità, ma, cosa molto più grave, si è vista vincolare l’intero importo erogabile agli investimenti (infrastrutture e settore giovanile) cui prima era destinata, via Fondazione, solo una parte minore della mutualità complessiva.

Riforma mutualità nel calcio: cosa rischia la Serie B

In sostanza, se prima ogni società era libera di utilizzarne la parte più sostanziosa della mutualità per la gestione ordinaria del club, le modifiche alla legge hanno reso obbligatorio investire tutti i soldi della Mutualità in questi progetti. Il tutto “previa rendicontazione”, ovverosia le società dovranno prima dimostrare di aver speso quei soldi, che in pratica significa obbligarle ad autofinanziarsi per l’intera stagione.

“Questa riforma della mutualità”, spiega a Calcio e Finanza l’avvocato Luca Ferrari, Partner di Withers, che assiste da tempo la Lega di Serie B, “rischia di creare un danno irreparabile e probabilmente fatale a molti club della Serie B, perché senza i flussi di cassa finora garantiti dalla Mutualità CPI mancherà parte della liquidità necessaria a fare fronte alle spese di gestione. Stiamo parlando del pagamento di stipendi, imposte e contributi, che se ritardati portano oltretutto a penalizzazioni in classifica”.

La scelta fatta dal Governo e dal Parlamento italiano con la modifica della Mutualità contenuta nel Decreto Fiscale è in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa: la Bundesliga 2 riceve circa il 20% delle risorse del primo campionato tedesco, mentre Premier League e Ligue 1 versano alle proprie serie cadette tra il 10% e il 19%, con la Liga che infine versa il 13,5% dei diritti tv e il 40% dei ricavi dal marketing associativo.

Un problema non da poco, considerando la situazione attuale in Italia: la Mutualità CPI è valsa in media poco più di 40 milioni di euro all’anno, cioè circa 1,8 milioni a squadra, che rappresenta poco meno del 20% dei ricavi medi di ogni singola società di B (circa 9 milioni).

Tenendo conto che oggi le 22 società di B, malgrado l’incremento cospicuo dei ricavi da diritti TV e dei ricavi commerciali assicurati dalla Lega negli ultimi anni, già registrano ogni anno una perdita di circa 4 milioni di euro (2,7 se prendiamo a riferimento le società tipiche della categoria), l’eliminazione della Mutualità CPI rischia di contribuire a nuove crisi societarie, anche più di quante ce ne siano state nelle ultime stagioni.

Se l’entrata in vigore delle modifiche alla Melandri, grazie al decreto Milleproroghe, non fosse stata posticipata al 1 luglio prossimo, forse non si sarebbe potuto nemmeno proseguire il campionato in corso; ma il problema, se non ci sarà un intervento correttivo, si ripresenterà di qui a pochi mesi, con il rischio concreto che lo sconquasso si verifichi nella prossima stagione. Per questo motivo, le Società di Serie B stanno già seriamente considerando il blocco del campionato 2017/18.

 

  • fabrizio

    vedrete allora che sebastiani ci ripensera’ dopo queste notizie e vendera’.