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Riecco  la fortunatissima rubrica di PescaraSport24 “CALCIOLOGICAMENTE”, curata dal dott. Pietro Literio. Le vicende del Delfino raccontate da un punto di vista del tutto peculiare e molto interessante che parte dal difficilissimo momento attuale. Buona lettura!

Squadra che vince non si cambia” e squadra che perde anche. Forse solo così può assimilare prima e presto la mentalità di gioco del nuovo allenatore: il carismatico ed esperto “nonno” Zeman. Ma è anche un messaggio di fiducia inviato al gruppo (il cosiddetto “effetto Pigmalione”).

Certo la mentalità vista nelle ultime due gare (Chievo e Sampdoria) non è quella vincente, ma perdente: in altre parole, nello sport e nella vita, come si impara a vincere si può imparare anche a perdere. Del resto Seligman con la sua teoria “dell’impotenza appresa”, insegna a riguardo.

Ma come si costruisce la mentalità perdente? Innanzitutto e soprattutto con le esperienze reali di successo (vittorie) o di insuccesso (sconfitte) che si vivono sulla propria pelle (e nella propria testa).

Nel caso del Pescara parlano proprio i “fatti”: 20 sconfitte (su 27 gare disputate), con 28 gol segnati e ben 60 subiti. Numeri da record (europei) negativi, che certificano il peso notevole degli insuccessi.

Sono proprio queste esperienze reali, dirette (di vittorie e sconfitte), vissute continuamente in un ambito specifico, che determinano principalmente le nostre CONVINZIONI (più o meno forti e radicate) di vincere o perdere.

Tali convinzioni (nel singolo atleta e nella squadra) prendono il nome di AUTOEFFICACIA (in psicologia), cosa diversa dall’autostima, che riguarda più il valore che attribuiamo a noi stessi (indipendentemente dai nostri risultati).

Ma la psicologia sostiene anche un’altra cosa importante a riguardo: che tutta la “TESTA”, ovvero la motivazione (meglio conosciuta come “fame”), gli stati d’animo ed i pensieri (sia positivi che negativi), nonché le nostre scelte (di attaccare, andare avanti o tornare indietro) dipendono “a cascata” da tali nostre convinzioni (positive o negative), una volta costruite.

Va da sé che l’autoefficacia (individuale e di squadra) del Pescara è sempre più bassa, assumendo la forma della nota “ansia da prestazione”: poco ritmo o accelerazioni di ritmo, passaggi indietro (invece che in avanti come chiede Zeman), scarsa aggressività e agonismo, imprecisioni, ingenuità, rigori sbagliati, fino ai gol presi da “polli” (come certificato da Zampano con le sue dichiarazioni post-gara) sono tutti segni comportamentali di essa.

E’ così che si manifestano sul campo ai nostri occhi l’insicurezza o la scarsa fiducia in se della squadra e dei giocatori, anche se questi ultimi a parole affermano, razionalizzando, il contrario. La fragilità mentale del Pescara (causa) e la sua ansia da prestazione (effetto) si osservano, in particolare, quando la squadra viene attaccata e subisce il gioco e ritmo dell’avversario: il Delfino fa difficoltà a reagire e ad aggredire.

Ed è in questi momenti che il Pescara di Zeman “torna” il Pescara di Oddo: si rifugia nel passato, nei retropassaggi e nel tiki taka, senza più verticalizzare o riprendere ritmo (come ha fatto invece negli ultimi minuti contro la Sampdoria, dopo il 3 a 1). In psicologia, questo rifugiarsi difensivamente nel passato nei momenti di frustrazione e fragilità prende il nome di “regressione”.

 

A questo punto cosa si può fare, dato che la matematica ancora ci condanna, e teoricamente vincendole (molte) si potrebbe aspirare ancora alla permanenza in serie A?

Innanzitutto bisognerebbe capire se è già stato superato il cosiddetto “punto di non ritorno” (mentale): è possibile ancora recuperare in breve tempo la “Testa” dei giocatori o la squadra, anche inconsciamente, si è arresa perdendo ogni speranza di farcela?

Se tale punto non è stato ancora superato allora si può agire efficacemente, a livello mentale, con la strategia collaudata del “Mental Training”: un mix di tecniche di allenamento della concentrazione, tecniche di immaginazione positiva e di dialogo interno positivo, combinate con l’allenamento per avversità, il lavoro per obiettivi specifici (individuali e di squadra) e con tecniche di rilassamento muscolare. Tutte applicate chiaramente da un psicologo esperto che affianca (senza sostituire) l’allenatore.

Tale strategia di intervento mentale certamente non risolve il problema, ma ottimizza le prestazioni individuali e di squadra: in altre parole non trasforma un’Alfa in una Ferrari, ma ne migliora al massimo le prestazioni.

Del resto il pilota del corpo (dei giocatori) è la mente (o “la testa”), paragonabile in questo caso proprio ad una “Ferrari”. Ma se il pilota (giocatore) non sa guidare bene la Ferrari (la “testa”), anche una vecchia Fiat 500 la può superare.

In Italia purtroppo “il calcio non allena molto la mente” (o l’affida al solo allenatore), dal momento che non presenta una solida cultura relativa alla psicologia dello Sport.

Per dirla alla Donadoni (dopo l’ultima sconfitta in casa contro la Lazio e i fischi del pubblico): “se servissero i fischi per vincere mi farei fischiare a ogni partita”.

Si perché l’autoefficacia, in questo caso la convinzione di vincere, non cresce ne risale con i fischi (o la contestazione), ma con il tifo incondizionato, solo in aggiunta però alle vittorie sul campo e al giusto allenamento o lavoro fisico, tattico e mentale.

D’altronde se è vero amore si ama a prescindere (“fino a che morte non ci separi”), accettando pregi e difetti della propria amata, senza prendersela troppo a livello personale. Se è importante crederci ancora per il Pescara è invece di aiuto crederci per noi tifosi, senza perdere mai la speranza “fino a che matematica non ci condanni”. Forza e coraggio Pescara!

 

  • Teo

    In effetti, non è una idea originale.. Già negli anni ’70, il glorioso Corrado Viciani, inventore del “gioco corto” e antesignano della “zona”, introdusse, tra i suoi metodi spesso criticati all’epoca(!), l’adozione del “training autogeno” al fine di dare ai suoi giocatori (che certo, pur essendo dei validissimi professionisti, non erano dei fuoriclasse) maggiore sicurezza in se stessi..
    Oggi questa circostanza, purtroppo, nessuno la ricorda (su internet non ve ne è traccia alcuna!)… Solo un vecchio romantico del calcio come me poteva andare a ripescarla nei meandri della sua memoria!!..
    Non sarebbe male (soprattutto in un momento particolarissimo come questo e tenuto conto delle considerazioni fatte dal dott. Literio) che Zeman chiamasse a collaborare un professionista della psicologia, al fine di scongiurare nei giocatori biancazzurri quella tentazione (o debolezza che dir si voglia) di “regredire”…